AI GIORNI DEL CORONAVIRUS UN VERO DRAMMA PER I DISABILI

AI GIORNI DEL CORONAVIRUS UN VERO DRAMMA PER I DISABILI

Sono Dario D’Ambrosi.

Lavoro da ormai trent’anni con ragazzi affetti da patologie di disabilità psichica e fisica; con loro, svolgo un percorso riabilitativo che parte dalla teatro-terapia per arrivare alla gestione e al controllo delle proprie emozioni. Si tratta di un lavoro estremamente specifico e ponderato, frutto di anni di esperienza e studi, ricerca e sacrificio.

Per ogni patologia occorre un approccio differente, ogni esercizio è costruito e formato sulle necessità del singolo paziente. Una persona affetta da schizofrenia necessita di un lavoro teatrale differente da un ragazzo con sindrome di down o da chi soffre di disturbo dello spettro autistico. Si tratta di un impegno estremamente complesso e con responsabilità che si riversano non solo sulla salute psicofisica degli allievi ma anche sulla serenità e il benessere di intere famiglie.

Tanti genitori hanno espresso gratitudine per il lavoro miracoloso che vien fatto sui propri figli, asserendo di aver recuperato un equilibrio interno, fra le mura domestiche, e non ultima la possibilità di dormire, di nuovo, recuperando i ritmi salutari di sonno-veglia. Grazie a questo approccio, si è riusciti ad allentare la dipendenza e il rapporto che l’utente attore ha maturato, nel corso della propria vita in terapia, con lo psicofarmaco ma adesso sta crollando ogni vantaggio recuperato all’interno dei laboratori di cura teatrale. La reclusione forzata per ottemperare all’obbligo di quarantena ha riportato i disabili alla necessità (e schiavitù) nei confronti del farmaco, riprendendo ad assumerne quantitativi pericolosi che vanificano il lavoro svolto con il Teatro Patologico.

È difficile quantificare e immaginare il nuovo dramma che familiari e pazienti stanno rivivendo in queste settimane, dove la clausura sta esacerbando tratti delle patologie e riportando a episodi di violenza e sofferenza chi ne è affetto e chi se ne occupa. Basti solo pensare alla categoria affetta da autismo di forma grave-gravissima; lo spazio, imprescindibile perché si possa manifestare (e liberare) il carico emotivo dato da frustrazioni interne ed allucinazioni, viene a mancare: come chiusi in un recinto, gli utenti soffocano il vigore fisico e mentale, procurandosi un danno che rischia di diventare permanente.

Per questo, avanzo una richiesta che si fa anche proposta salvifica e urgente: liberiamo da questa nuova condizione di manicomio castrante i ragazzi disabili. Diamo loro la possibilità di vedere il cielo, di sentire la terra sotto i piedi e credere, se vogliono, che questa quiete apparente sia un mare in tempesta da navigare e dal quale non finire travolti

 

 

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