Standard & Poor’s conferma la sua valutazione sull’Italia

Ieri il Consiglio Ue ha approvato il pacchetto di misure studiato dall’Eurogruppo il 9 aprile, incentrato sui prestiti del Mes e accompagnato dallo schema contro la disoccupazione Sure e dai finanziamenti della Bei. Il risultato deludente per i Paesi periferici come l’Italia – che chiedevano subito un maggiore sforzo sul Recovery Fund attraverso emissioni di bond a lunga scadenza e sovvenzioni dirette  – è stato fotografato dall’apertura dello spread questa mattina a 260 punti base, +23 rispetto a ieri. Il differenziale è poi calato gradualmente nel corso della giornata grazie, secondo fonti di mercato citate da Reuters, all’intervento della Bce “superiore alla media dei giorni scorsi”. Il messaggio che sembra arrivare agli investitori dopo il vertice europeo è che il Sud del continente, più colpito dal Coronavirus ma pure più indebitato, avrà ben pochi benefici dalle misure approvate se non ci sarà una qualche forma di mutualizzazione di debito o un corposo aiuto dal Bilancio Ue. “La mancanza di urgenza sul recovery fund, con proposte da presentare nelle prossime 3-4 settimane, non è ciò a cui si vuole assistere durante una crisi. La mancanza di dettagli sulle dimensioni o sulla struttura del fondo suggerisce inoltre una continua divisione nell’Ue”, ha rilevato Mohammed Kazmi, Macro Strategist and Fixed Income Portfolio Manager di Union Bancaire Privée.

Lo spread italiano è rimasto tuttavia sotto controllo grazie al nuovo programma di Qe da 750 miliardi della Bce, supportato nei giorni scorsi da altre decisioni per mantenere un accesso favorevole alla liquidità per le banche e dall’allentamento di alcuni limiti auto-imposti. Mercoledì, poi, è arrivata l’apertura di Francoforte ai titoli “spazzatura” come garanzia per i prestiti, a solo due giorni dalla decisione di S&P’s. Una mossa che è stata letta, per il tempismo e per la mole di titoli pubblici in pancia alle banche, come la volontà di giocare di anticipo e offrire un riparo all’Italia in caso di declassamento. Le scadenze incombono: l′8 maggio tocca a Moody’s (un notch sopra junk) e Dbrs (tre gradini di margine), a luglio Fitch (due).  D’altronde che la Bce sia oggi la principale alleata dell’Italia lo rileva anche S&P’s nella sua valutazione di oggi: “La maggior parte del nuovo debito creato quest’anno per effetto della pandemia sarà acquistato dalla Bce nell’ambito di iniziative esistenti e nuove”.

Anche Moody’s – la più vicina delle quattro agenzie al non-investment grade per l’Italia – ha rassicurato sulla tenuta dell’economia: “Sebbene la pandemia stia causando un grave shock economico che spingerà il debito pubblico italiano a raggiungere livelli record quest’anno, l’affidabilità creditizia del Paese dovrebbe rimanere sostanzialmente inalterata data la natura temporanea della recessione e i bassi costi di finanziamento”, si legge in un report di Moody’s Investors Service in cui si precisa tuttavia che “non costituisce” una valutazione sul rating.

Appare improbabile quindi che l’Italia arrivi a una valutazione “junk” da parte di tutte le agenzie nei prossimi mesi. Fino ad allora, non cambierà nulla per gli acquisti della Bce di titoli di Stato all’interno del nuovo programma di Quantitative easing. Tuttavia, in caso di declassamento, alcuni investitori istituzionali potrebbero iniziare a liberarsi di titoli detenuti nel loro portafoglio, con ripercussioni più o meno marcate sul rendimento dei btp. La Bce resta di guardia: mercoledì, annunciando l’allentamento dei criteri sulle garanzie, ha avvisato che può adottare “se e quando necessario” ulteriori misure per mitigare l’impatto dei declassamenti del rating.

 

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